Papa Leone Magno

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Nel 452, su richiesta dell’imperatore, Leone fece parte dell’ambasceria composta dal console Gennadio Avieno e dal prefetto Trigezio, che si recò in Italia settentrionale ad incontrare Attila nel tentativo di dissuaderlo dal procedere nella sua avanzata contro Roma. L’incontro avvenne nei pressi di Mantova, più precisamente a Roncoferraro, e la delegazione romana ottenne la promessa di un ritiro dall’Italia e dell’avvio di negoziati di pace con l’imperatore. Esistono due resoconti coevi agli avvenimenti: uno fu scritto da Prospero d’Aquitania (390 ca. – 463 ca.) e l’altro dal vescovo Idazio (Chronicon); Secondo Prospero, Attila si ritirò perché fu impressionato dalla figura di Leone, anche se Giordano fornisce altre motivazioni e gli storici moderni ritengono sopravvalutato, per motivi agiografici, il ruolo svolto da Leone nella vicenda. Non si può comunque escludere che il papa sia riuscito a convincere Attila con il pagamento di un forte tributo, mentre una tradizione vuole che il superstizioso re barbaro fosse in parte trattenuto nell’impresa dal timore della morte che aveva colto Alarico I, re dei Visigoti, subito dopo il sacco di Roma. Quando, nel 455, la città fu invasa e per due settimane depredata dai Vandali di Genserico, l’intercessione di Leone ottenne la promessa che le vite degli abitanti sarebbero state risparmiate, come anche le tre maggiori basiliche (San Pietro, San Paolo e San Giovanni in Laterano); in esse trovò rifugio la popolazione durante i giorni del saccheggio. Questi avvenimenti dimostrano che l’alta autorità morale goduta dal papa si manifestava anche negli affari temporali.