Don Giuseppe Dossetti

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Don Giuseppe Dossetti, molto prima di altri, durante la stagione trionfante delle chiese piene e dei partiti di riferimento, aveva intravisto con lucidità la parabola di una Chiesa a confronto con la modernità. Egli cercò di vivere con rigore e passione il proprio tempo, senza scorciatoie o atteggiamenti risentiti: «Vivremo sempre di più la nostra fede senza puntelli, senza presidi di sorta, umanamente parlando. Destinati a vivere in un mondo che richiede la fede pura. Sarà fede nuda, pura, fondata solo sulla parola di Dio considerata interiormente. Non potremo attingere a niente, a nessuna sintesi, a nessuna summa. E non avremo il conforto in nessuno dei piccoli nidi sociali che siano omogenei e sostengano la nostra vita evangelica». Il monaco Dossetti, nella precedente vita era stato decisivo per la redazione della carta costituzionale della Repubblica Italiana e alla fine della sua esistenza invitava i credenti a leggere ogni giorno una pagina del Vangelo e una pagina della Storia (non della cronaca!), perché Dio agisce nella storia e questa va continuamente decifrata. Diceva: «Bisogna immergersi nella storia, conoscerla profon-damente. Bisogna averne il senso, non semplicemente leggere la cronaca. Leggete libri di solida formazione storica, una pagina al giorno, ma con continuità. È indispensabile per avere il senso storico, non tanto per sapere i fatti, che delle volte sono troppo complessi o troppo parziali rispetto all’universalità del grande flusso storico. Se si ha un po’ di senso storico si relativizzano giustamente e con deliberazione anche tante cose che devono essere evidentemente superate, che possono essere state convinzioni solide ma non sufficientemente rapportate al nucleo essenziale del kerygma (proclama), dell’Evangelo. E riscoprirete, attraverso questa occasione che vi è offerta dalla storia, la necessità di arrivare sempre di più al sodo nell’evangelo, in modo sempre più liberante, sempre più di fede». 

Come dunque tenere insieme Dio e la Storia? La Sacra Scrittura ci tramanda un Dio che si è rivelato e ha parlato all’uomo: «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo» (Eb 1,1-2). Ma nell’era cristiana dove si può scorgere questa «voce» divina che accompagna il cammino dell’umanità e la sua storia? Indubbiamente sono state numerose le voci «profetiche» (cristiane e non) che si sono levate per denunciare l’ingiustizia, per promuovere i diritti umani, per risolvere le controversie e per scongiurare i conflitti. Molti di loro hanno perseverato e hanno affrontato pericoli, contrasti, opposizioni di ogni tipo e alcuni di essi sono stati uccisi. Sembra impossibile che lo spirito evangelico possa in un qualche modo influire nella storia in un mondo così violento, ingiusto, aggressivo e spietato; pensiero umano e spirito evangelico sembrano in netta contrapposizione e non sembra possibile tra i due trovare un punto di contatto efficace. In molti casi, il mondo religioso cristiano si è ritirato nei conventi, nelle sagrestie o in gruppi esclusivi, scollegati dalle problematiche incalzanti del mondo, in particolare di quello moderno. Eppure, guardando alla storia umana, si può scorgere, come un fiume carsico – che ora scompare ma poi riaffiora – un pensiero evangelico non violento, pacifico, capace di mediare in modo efficace tra Dio e la storia umana